Primo piano dall'Italia

Diario - Sarria-O Cebreiro
01-Ago-2010 - associazione greenaccord

Il giorno della fatica. La prima tappa è sempre la peggiore, dopo tutti quei chilometri di pullman e il poco riposo consumato da veri pellegrini: sacco a pelo per terra in una palestra del paese. Il fisico si tempra e la mente comincia a fare il suo viaggio. Iniziano così i dieci chilometri che separano Vega de Valcarce da O’ Cebreiro, tutta ripida salita, con “Pistoia” in gruppo compatto. “Ci siamo svegliati all’alba – sottolinea Stefania, che tiene per mano Margherita, la sua bambina di 9 anni – ma siamo pieni di energia e di speranza”. Don Simone ha una macchina di appoggio e oltre a distribuire viveri a iosa è pronto a raccogliere soprattutto i più piccoli che non ce la fanno. È sabato 31 luglio, alle 7.30 la luna è ancora chiara nel cielo e distanziando i pellegrini toscani si può vedere da lontano la speranza che danza nel movimento sicuro dei loro passi. Il coraggio infatti non li abbandonerà, neanche quando il gruppo di disperderà in decine di piccole compagnie che proseguono El Camino de Santiago con passo diverso, nella direzione della conchiglia. Anche se non più investita di quel valore di immunità posseduto nel Medioevo, simbolicamente la conchiglia protegge ancora oggi il cammino e il pensiero del pellegrino che si reca a Santiago. E il bastone che non serve più a difendersi da briganti e animali pericolosi, sicuramente aiuta a camminare alleggerendo il carico sulla schiena. Sulla strada, la cosa più bella è scambiarsi il “Buen camino” con chiunque si incontri, e riconoscerne così la provenienza dall’accento. Mentre si sale e si sale, il regalo per tanta fatica è lo sguardo a perdita d’occhio su una natura rigogliosa e incontaminata, che solo a vederla si capisce cosa significhino due aggettivi tanto scontati. È così bella, questa natura, che è doloroso guardarla. Passando per fattorie e borghi contadini, tra animali al pascolo e rifugi del pellegrino che offrono menù sostanziosi a prezzo fisso, si tira per quota 1300 di O’ Cebreiro dimenticando di essere in Europa all’inizio del XXI secolo. Solo i fili dell’alta tensione, che tagliano a fette il cielo, ricordano agli uomini di questo Occidente il progresso raggiunto. Le carte di prodotti commerciali di largo consumo, abbandonate lungo strada e nocive più delle erbe infestanti, rammentano invece che tanto progresso non è servito a niente. Sono appena le 10.30, il sole comincia a ruggire e i primi pellegrini raggiungono la meta: Giacomo e Tommaso di San Marcello Pistoiese. Il resto del gruppo arriverà con i propri tempi e le proprie forze, per questo i due neodiciottenni preferiscono proseguire nel cammino ed essere raggiunti dal pullman sulla strada del trasferimento. Sono giovani, forti e non nuovi a lunghi cammini. Chi ha detto che i giovani, oggi, fanno fatica a pensare con la propria testa, camminare con le proprie gambe e proseguire da soli? Non tutti, per fortuna, non tutti. Luisella Meozzi

Fra le 10.30 e le 12.30 tutto il gruppo arriva alla spicciolata. Le bambine, quasi tutte, hanno completato il cammino a piedi senza bisogno di aiuto. E nei loro occhi si legge quella felicità infantile che significa “Abbiate fiducia in noi, anche se è difficile ce la facciamo”. In effetti nessuno avrebbe scommesso sulla loro resistenza, neanche Roberto che le ha tenute per mano e le ha seguite dall’inizio alla fine della tappa. Roberto e l’amico Fabio, grandi camminatori e certo non nuovi a percorsi impegnativi, avevano già fatto il cammino di Santiago (800 chilometri) un anno fa. Quest’anno sono tornati per accompagnare le famiglie perché sentono il bisogno di condividere un’esperienza così fondamentale con mogli e figlie. E non sono gli unici a essere tornati, anzi. Tanti cominciano a parlare delle esperienze precedenti e la cosa sorprendente è che tutti sentono il bisogno di camminare ancora sul percorso della Compostela. Una volta presa la strada, il bisogno che sentono i pellegrini è quello di riprendere il cammino appena possibile. Lo spiegano anche i pellegrini italiani che si incrociano lungo il percorso, che non possono fare a meno di scambiare almeno una battuta con i connazionali. I ragazzi di Pistoia, sia quelli della pastorale giovanile sia tutti gli altri che si sono uniti al gruppo per i più svariati motivi, hanno fatto amicizia e hanno voglia di stare insieme e scherzare; per loro la mancanza di sonno non è un problema ma un valore aggiunto. Ora i ruoli cominciano a confondersi, ognuno fa qualcosa per il gruppo e la collaborazione rende più piena questa esperienza. Domani anche uno degli autisti si unirà per un tratto al pellegrinaggio con i giornalisti: non ci sono più ruoli distinti ma un sentimento di amicizia che rende tutti più sereni, anche nelle difficoltà che certo non mancano. C’è chi però è completamente dedito agli altri, chi risolve ogni problema all’arrivo e alla partenza di ogni tappa. Questo è il pellegrinaggio di don Simone, che aiutato dai coordinatori dell’ufficio della pastorale giovanile Silvio e Anna riesce a non smettere mai di scherzare, anche quando le cose si fanno più complicate: riesce a improvvisarsi con lo spagnolo, organizzare complicati menù serali come fossero delle tombole e anche a fare aprire le palestre – unica possibilità di pernottamento per gruppi così numerosi di pellegrini che viaggiano insieme - in tempi di “tutto completo”. Tutti lo aiutano, anche la pellegrina che chiude il gruppo pistoiese giungendo a O’ Cebreiro per ultima: “Sono partita dopo gli altri per aiutare don Simone, ci sono i sacchetti per il pranzo al sacco da preparare e tante cose da sistemare prima di mettersi in cammino”. E pensare che anche per suor Vincenza è la prima volta sul cammino di Santiago. Ma come lei stessa sottolinea: “Così è ancora più significativo, perché facendo qualcosa per i nostri ragazzi della pastorale viviamo il pellegrinaggio in maniera completa”. Luisella Meozzi


 



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